(di Marisa F. Malcangi)

Sognare...

Sognare ad occhi aperti, e' cosa da bambini, a quell'eta' accarezziamo i nostri desideri quasi inconsciamente e li facciamo crescere con noi. Sempre di piu' !

Da grandi non si sogna, si prende e basta... ma quando si prende uno di quei sogni bambini, allora si e' estremamente felici !

Questo e' un mondo "tra le nuvole", assumono prospettive da scenario teatrale, ti avvolgono e ti rendono parte del loro spazio.
E' un mondo dove nessuno e' straniero perche' tutti sono stranieri e fratelli... qui ti rendi conto di non essere solo in un luogo della Terra, ma sulla Terra.

Ma, ora vi scrivo di me, del luogo che mi faceva sognare di fuggire dall'altra parte della Terra ! Milano, un luogo che forse fara' sognare i grandi di poterci ritornare. Proprio come quando io ascoltavo dalla mia nonna i racconti di carrozze e cavalli, e mi vedevo sollevare il lembo della gonna e salire aiutata dalla mano di un magnifico principe azzurro...

OK, mi vedo gia' sul bancone tra le tazze di caffe', con voi seduti davanti che state ad ascoltare, asciugandovi una lacrima ? criticandomi.

Ecco allora mi aggiusto e mi riprendo, ora faro' sul serio !

Quando avevo poco piu' di 4 anni ci siamo rifugiati dalla guerra, a Boscomarengo nella casa di mio zio, che abitava ad Alessandria.

Noi bambini (avevo fratelli e sorelle), ci siamo divertiti come se la guerra non avesse avuto importanza.

Fino da piccolissima osservavo le cose che la vita mi metteva davanti e sempre le analizzavo cercando di capirle, ho capito cose lasciate in sospeso col punto interrogativo, dopo anni.

I miei giochi erano la bici dello zio che inforcavo da sotto la canna, il forbicione del giardiniere col quale sagomavo i vetri che trovavo in giro, una scatola di cartone che avevo trasformato in strumento musicale, con tanti elasticini dal piu' grande al piu' piccolo, i brani piu' belli delle antologie della nonna trovate in soffitta e che leggevo a soli 5 anni, una bambola che mi sono fatta con gli stracci su ricordo di quella di porcellana che non avevo piu'. e tante, tantissime altre cose che mi piacevano. Amiche ne ho avute dai banchi di scuola ma ho sempre preferito la compagnia maschile.

Milano dopo la guerra era silenziosa, i suoi palazzoni muti, austeri, comunicavano un senso di protezione. Era una citta' semivuota, qualche macchina, poche persone per le strade. A volte attraversavo la strada col semaforo rosso e una di queste un vigile mi ha minacciata "mi te mas"!Avevo circa 12 anni.
Milano subito dopo la guerra... poi e' cresciuta, si e' popolata, e' diventata frenetica e io quando potevo andavo al parco. Noi abbiamo sempre vissuto in centro, credo che quello sia ancora com'era, a parte la Piazzetta Borromeo che e' cambiata abbastanza recentemente per il sottopassaggio, e le bancarelle che ora occupano le strade trasformando l'austerita' in teatro e il senso di protezione in senso di fuga.

Sono sempre stata golosa di dolci e al mio tempo a Milano, trovavo i gelati piu' buoni della Terra. E compravo le caramelle di nascosto a mia mamma che le pagava senza accorgersene, quando pagava il conto dal droghiere, fin quando se n'e' accorta. Guardavo il cielo dall'abbaino del solaio, e le nuvole si trasformavano in montagne innevate, dalle quali sorgeva il sole rosso per tuffarsi nei laghi, tingendo del suo colore il suo mondo. Sognavo, sognavo l'altra meta'della Terra e adesso ci sono !

Ora che sono cresciuta, penso a Marte...

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Scritta primariamente per la mia nipotina Serena in un'email.
Modificata per il ricettario di Bianca, "Al caffe' di bianca".





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